Ho lavorato 8 mesi con bambini bisognosi. Prima di iniziare questo mio lavoro immaginavo che si trattasse solo di insegnare loro ciò che avevo appreso a scuola, cioè leggere e scrivere, perché questo è il ruolo dell’insegnante. Ma voi non immaginate quanto questi bambini mi sorpresero, perché imparai il doppio di quanto ho insegnato loro.
Ho imparato ad amarli, rispettarli, capirli ed accettarli, come hanno accettato me con cuore aperto.
Ho imparato con questi bambini che essi non erano bisognosi solo perché non avevano una buona famiglia, vestiti, scarpe o perché non avevano sempre da mangiare.
Mi fecero capire che erano bisognosi anche di amore, di attenzione, di comprensione, di solidarietà e di rispetto.
Cominciai a percepire che nessuno di questi bambini ha ricevuto questi sentimenti, importanti per noi esseri umani, necessari per una vita felice e sana.
Questi piccoli esseri umani sono dimenticati dalla società che li esclude, come se il problema non fosse nostro. Ci si ricorda di loro solo quando c’è di mezzo il guadagno.
Ma sono dimenticati anche dalla loro stessa famiglia, per mancanza di tempo o perché i genitori ignorano che dimostrare i propri sentimenti verso i figli è quasi importante quanto riuscire a dar loro da mangiare.
Durante il tempo che passai con loro notai che stavo lavorando con bimbi non solo bisognosi ma anche ‘speciali’, perché ognuno di loro aveva il suo modo speciale di comportarsi, perché varie erano le personalità.
Uno di essi aveva problemi fisici, cioè invece delle braccia aveva solo due moncherini, ma ciò non era un ostacolo per essere uguale agli altri. Scriveva molto bene, seguiva tutte le lezioni, giocava al pallone come tutti gli altri, i quali avevano una grande ammirazione per lui.
Un altro aveva il difetto di essere timido, non gli piaceva conversare con gli altri.
Ad un altro invece piaceva molto parlare, un altro adorava disegnare; ma tutti avevano una cosa in comune, sia maschi che femmine:… amavano bisticciare.
Confesso che all’inizio ebbi non pochi problemi di convivenza: pensavo che per loro dovevo essere solo la ‘professoressa’. Con il tempo però cominciai a capire come dovevo trattare ognuno di loro. Ma ciò che è incredibile è che imparai per mezzo loro.
Imparai che con il bimbo timido era necessario notarlo, che malgrado stesse in silenzio lui era lì, e sempre trovavo il modo di farlo parlare con me e con i suoi compagni.
Con quelli che bisticciavano non serviva essere autoritari, ma essere amici.
Con quello che amava disegnare anche mentre io facevo lezione, risolsi di includere un disegno nella lezione, così lui non reprimeva il suo dono mentre imparava.
Avevo anche una bambina che non sorrideva e a volte, mentre mi incontrava per strada, esprimeva un mezzo sorriso, ma un sorriso pieno non l’ho mai visto.
Ma in fondo ho concluso che essi erano uguali a tutti i bambini del mondo: erano contenti di giocare, di cantare, di essere liberi e principalmente di sognare un futuro migliore, perché non sono le loro condizioni finanziarie che impediscono loro di valersi di questo diritto: ogni bambino sogna di essere felice, perché molti altri diritti gli sono stati tolti.
Ho imparato ad amarli, rispettarli, capirli ed accettarli, come hanno accettato me con cuore aperto.
Ho imparato con questi bambini che essi non erano bisognosi solo perché non avevano una buona famiglia, vestiti, scarpe o perché non avevano sempre da mangiare.
Mi fecero capire che erano bisognosi anche di amore, di attenzione, di comprensione, di solidarietà e di rispetto.
Cominciai a percepire che nessuno di questi bambini ha ricevuto questi sentimenti, importanti per noi esseri umani, necessari per una vita felice e sana.
Questi piccoli esseri umani sono dimenticati dalla società che li esclude, come se il problema non fosse nostro. Ci si ricorda di loro solo quando c’è di mezzo il guadagno.
Ma sono dimenticati anche dalla loro stessa famiglia, per mancanza di tempo o perché i genitori ignorano che dimostrare i propri sentimenti verso i figli è quasi importante quanto riuscire a dar loro da mangiare.
Durante il tempo che passai con loro notai che stavo lavorando con bimbi non solo bisognosi ma anche ‘speciali’, perché ognuno di loro aveva il suo modo speciale di comportarsi, perché varie erano le personalità.
Uno di essi aveva problemi fisici, cioè invece delle braccia aveva solo due moncherini, ma ciò non era un ostacolo per essere uguale agli altri. Scriveva molto bene, seguiva tutte le lezioni, giocava al pallone come tutti gli altri, i quali avevano una grande ammirazione per lui.
Un altro aveva il difetto di essere timido, non gli piaceva conversare con gli altri.
Ad un altro invece piaceva molto parlare, un altro adorava disegnare; ma tutti avevano una cosa in comune, sia maschi che femmine:… amavano bisticciare.
Confesso che all’inizio ebbi non pochi problemi di convivenza: pensavo che per loro dovevo essere solo la ‘professoressa’. Con il tempo però cominciai a capire come dovevo trattare ognuno di loro. Ma ciò che è incredibile è che imparai per mezzo loro.
Imparai che con il bimbo timido era necessario notarlo, che malgrado stesse in silenzio lui era lì, e sempre trovavo il modo di farlo parlare con me e con i suoi compagni.
Con quelli che bisticciavano non serviva essere autoritari, ma essere amici.
Con quello che amava disegnare anche mentre io facevo lezione, risolsi di includere un disegno nella lezione, così lui non reprimeva il suo dono mentre imparava.
Avevo anche una bambina che non sorrideva e a volte, mentre mi incontrava per strada, esprimeva un mezzo sorriso, ma un sorriso pieno non l’ho mai visto.
Ma in fondo ho concluso che essi erano uguali a tutti i bambini del mondo: erano contenti di giocare, di cantare, di essere liberi e principalmente di sognare un futuro migliore, perché non sono le loro condizioni finanziarie che impediscono loro di valersi di questo diritto: ogni bambino sogna di essere felice, perché molti altri diritti gli sono stati tolti.
Leila dos Santos Moreira
Leila, dopo un periodo di lavoro come insegnante nelle “escolinhas” del Reforço escolar di Sena Madureira, aperte da Alberto e Carmen Pistoni, ha maturato la vocazione religiosa ed è entrata nella Congregazione delle Serve di Maria Riparatrici.



