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Dal campo profughi di Makpandu una accorata richiesta d'aiuto che infrange lo scandalo del silenzio su una delle guerre dimenticate più atroci che insanguinano l’Africa davanti all'indifferenza di tutti i potenti.
"Scrivo da Kampala prima di entrare nel campo profughi di Makpandu, dove vado a condividere la sorte dei 4.000 parrocchiani della mia missione in questi momenti di estrema sofferenza. Mi trovo in mezzo alla tempesta".
Così inizia la lettera datata 19 dicembre 2009 e arrivata l’8 marzo 2010, scritta da
P. Mario Benedetti, missionario comboniano a Duru, nella diocesi di Dungu-Doruma.
P. Mario ha 72 anni, di cui 38 vissuti in missione in questo angolo nel Nord Est della Repubblica Democratica del Congo ai confini con il Sudan.
"Il 17 settembre 2008 la nostra missione di Duru è stata bruciata dai ribelli dell'Esercito di Resistenza del Signore (Lra) del famigerato Joseph Kony. Sono venuti in 60 nel villaggio. Hanno massacrato numerose persone e tra questi un catechista ucciso perché aveva cercato di salvare un disertore ferito dell'esercito di Kony. Hanno dato fuoco all'intero villaggio, compresa la nostra casa, bruciando anche quelle piccole cose che ciascuno conserva, come i ricordi di persone care. In quell'occasione hanno rapito un centinaio di ragazzi: i maschi per farne ribelli; le ragazze, per usarle come cuoche e mogli. Hanno attaccato altri villaggi della parrocchia. Sono riuscito a fuggire e nascondermi nella foresta. Il mattino dopo, la gente cominciò il suo esodo verso il Sudan: fra loro anche i due miei confratelli rapiti e rilasciati durante la notte. Non li seguii subito, volevo vedere la situazione negli altri villaggi della missione. Non vi trovai tanta gente, solo i familiari dei ragazzi rapiti che speravano nel loro ritorno. Ma è passato più di un anno e nessuno dei giovani è tornato. Veramente è stato un colpo mortale: le immagini di quello che è successo sono ancora presenti e difficilmente spariranno dalla mia memoria.
Ora vivo nel campo profughi di Makpandu, a 45 km da Yambio, nel Sud Sudan, uno dei 4 campi in cui sono distribuiti circa 4.000 profughi.
Qui manca quella gioia africana che anche in mezzo a tante miserie brilla nei volti della gente: ora riflettono solo terrore e stanchezza. Arriva da mangiare una volta al mese ma dopo due settimane è già finito tutto. I giovani cercano di andare in città per trovare facili guadagni, ma l'alcol e la strada sono le uniche possibilità che trovano.
Per non far morire la speranza, specie nei giovani, è necessario garantire per quanto possibile una vita normale, anche perché non si sa se e quando sarà possibile tornare nel nostro Paese. Abbiamo così aperto delle scuole di fortuna: un asilo frequentato da 200 bambini, una scuola elementare, una scuola magistrale per 20 ragazzi, un corso di alfabetizzazione e di taglio e cucito frequentato da 40 donne, un corso di inglese per adulti indispensabile per vivere in Sudan, e un corso di falegnameria con 10 iscritti.
Vorremmo costruire e arredare alcune aule in paglia, acquistare materiale didattico e strumenti di lavoro e garantire un minimo contributo per gli 8 insegnanti. Confidiamo su di voi, abbiamo bisogno di aiuto materiale ma anche di accendere i riflettori su questa strage silenziosa. Il Signore benedica il vostro lavoro”.
Prog. 1808
aule in paglia e panche 1.920 €
lavagne, libri e quaderni 1.440 €
attrezzi per la falegnameria 750 €
stipendio a 8 insegnanti 3.350 €
Contributo richiesto 7.460 €




