Condividi
Clicca sulla foto per vedere l'album
ADOTTIAMO 33 BAMBINI DELLA CASA FAMIGLIA DI KALIMONI
Mi chiamo Irene Naoya, sono nata in Sud Sudan, ma da tanti anni vivo lontano dal mio Paese. Ora mi trovo in Italia.
La mia vita è stata segnata dalle due guerre civili che hanno sconvolto il mio Paese per più di trent’anni. La prima di queste guerre scoppiò nel 1955, quando io ero ancora una bambina. Allora fuggimmo nel campo profughi di Nakapiripirit, in Uganda. Nel 1972, dopo l’accordo di pace, la mia famiglia rientrò nella propria casa, mentre io rimasi altri sei anni in Uganda, per terminare gli studi. Rientrai in Sudan nel 1978, ma nel 1983 ottenni una borsa di studio e mi trasferii a Roma.
Nello stesso anno, scoppiava la seconda guerra civile e la mia famiglia fu costretta nuovamente all’esilio: questa volta nel campo profughi di Kakuma in Kenya. Mia sorella, invece, che era rimasta in Sudan, fu uccisa dai ribelli: lasciava sei orfani, che andarono a vivere con i miei nel campo profughi. Quando andai a trovarli, provai un grande dolore, vedendo in che condizioni vivevano: violenza, povertà, assenza di acqua e di servizi igienico-sanitari rendevano la situazione veramente disumana.
Dovevo portarli via da Kakuma e così nel 1990, grazie ai soldi che avevo guadagnato e messo da parte lavorando in Italia, ho acquistato una casa a Kalimoni, una zona rurale non distante da Nairobi. E’ lì che ho trasferito innanzitutto i miei nipotini orfani, affidandoli alle cura di un’altra mia nipote, rimasta incinta dopo essere stata violentata dai guerriglieri.
Col passare del tempo, il numero dei bambini è cresciuto: mia nipote non poteva più fare tutto da sola, così abbiamo chiesto aiuto a cinque famiglie locali che, a turno, collaborassero con lei nella cura dei bambini e della casa. Oggi posso contare anche sull’aiuto dei ragazzi più grandi – molti ex-bambini soldato – che hanno imparato ad assumersi impegni e responsabilità.
Per dare continuità all’opera iniziata abbiamo fondato un’Associazione, che porta il nome della mia sorella uccisa: la “Friends of Sabina Iju and needy Children Society”, di cui sono presidente. Ogni anno torno a Kalimoni durante l’estate per organizzare e seguire il lavoro di persona.
Continuo a lavorare quanto più posso qui in Italia ed invio tutto il guadagno a Kalimoni, perché ai bambini non manchi il necessario.
Ma il numero dei piccoli ospiti, profughi sudanesi, cresce di giorno in giorno e non è facile dire di no. Le famiglie che si prendono cura dei bambini hanno risorse economiche sufficienti appena per il proprio nucleo. Possono dare a questi piccoli cure e tanto amore… ma nulla di più. Oggi, la casa ospita 106 ragazzi, di età compresa tra 1 e 19 anni e le famiglie che li seguono sono diventate 11. Suddividendo quel poco che abbiamo riusciamo a dare un pasto al giorno a ciascuno, ma vogliamo che tutti frequentino la scuola. Però con il mio solo stipendio e l'aiuto di qualche persone generosa è sempre più difficile provvedere a tutte le loro necessità. Al momento ho preso in affitto un piccolo appezzamento di terreno coltivabile, che riesce solo in parte a integrare il fabbisogno alimentare della Casa Famiglia. Col tempo spero di poter rendere autonoma La Casa di Kalimoni attraverso un progetto agricolo di autosviluppo.
La Provvidenza mi ha fatto incontrare l’OPAM, grazie ai missionari Comboniani a cui affido mensilmente il denaro che risparmio e che aiutano le famiglie nella gestione economica di Kalimoni.
Ora vi chiedo di adottare un gruppo di nuovi 33 giunti recentemente dal Sudan. Sebbene la scuola elementare in Kenya sia gratuita, dobbiamo infatti sostenere molte spese; divise, libri, quaderni, trasporto e sostegno psicologico per i bambini che hanno subito forti traumi a causa della guerra. I bambini non possono offrirvi molto, ma il grazie di cuore, questo sì, ve lo trasmettono con un sorriso felice e pieno di speranza, perché si rendono conto che anche grazie a persone come voi essi possono provare a costruire la speranza per un mondo migliore con la pace nel cuore.
Per sostenere questi piccoli occorrono 36 adottanti a 26 euro mensili. Speriamo di trovarli al più presto. Chi volesse rispondere all’appello di Irene può rivolgersi all’Ufficio Adozioni OPAM. Tel. 06-32.03.317La mia vita è stata segnata dalle due guerre civili che hanno sconvolto il mio Paese per più di trent’anni. La prima di queste guerre scoppiò nel 1955, quando io ero ancora una bambina. Allora fuggimmo nel campo profughi di Nakapiripirit, in Uganda. Nel 1972, dopo l’accordo di pace, la mia famiglia rientrò nella propria casa, mentre io rimasi altri sei anni in Uganda, per terminare gli studi. Rientrai in Sudan nel 1978, ma nel 1983 ottenni una borsa di studio e mi trasferii a Roma.
Nello stesso anno, scoppiava la seconda guerra civile e la mia famiglia fu costretta nuovamente all’esilio: questa volta nel campo profughi di Kakuma in Kenya. Mia sorella, invece, che era rimasta in Sudan, fu uccisa dai ribelli: lasciava sei orfani, che andarono a vivere con i miei nel campo profughi. Quando andai a trovarli, provai un grande dolore, vedendo in che condizioni vivevano: violenza, povertà, assenza di acqua e di servizi igienico-sanitari rendevano la situazione veramente disumana.
Dovevo portarli via da Kakuma e così nel 1990, grazie ai soldi che avevo guadagnato e messo da parte lavorando in Italia, ho acquistato una casa a Kalimoni, una zona rurale non distante da Nairobi. E’ lì che ho trasferito innanzitutto i miei nipotini orfani, affidandoli alle cura di un’altra mia nipote, rimasta incinta dopo essere stata violentata dai guerriglieri.
Col passare del tempo, il numero dei bambini è cresciuto: mia nipote non poteva più fare tutto da sola, così abbiamo chiesto aiuto a cinque famiglie locali che, a turno, collaborassero con lei nella cura dei bambini e della casa. Oggi posso contare anche sull’aiuto dei ragazzi più grandi – molti ex-bambini soldato – che hanno imparato ad assumersi impegni e responsabilità.
Per dare continuità all’opera iniziata abbiamo fondato un’Associazione, che porta il nome della mia sorella uccisa: la “Friends of Sabina Iju and needy Children Society”, di cui sono presidente. Ogni anno torno a Kalimoni durante l’estate per organizzare e seguire il lavoro di persona.
Continuo a lavorare quanto più posso qui in Italia ed invio tutto il guadagno a Kalimoni, perché ai bambini non manchi il necessario.
Ma il numero dei piccoli ospiti, profughi sudanesi, cresce di giorno in giorno e non è facile dire di no. Le famiglie che si prendono cura dei bambini hanno risorse economiche sufficienti appena per il proprio nucleo. Possono dare a questi piccoli cure e tanto amore… ma nulla di più. Oggi, la casa ospita 106 ragazzi, di età compresa tra 1 e 19 anni e le famiglie che li seguono sono diventate 11. Suddividendo quel poco che abbiamo riusciamo a dare un pasto al giorno a ciascuno, ma vogliamo che tutti frequentino la scuola. Però con il mio solo stipendio e l'aiuto di qualche persone generosa è sempre più difficile provvedere a tutte le loro necessità. Al momento ho preso in affitto un piccolo appezzamento di terreno coltivabile, che riesce solo in parte a integrare il fabbisogno alimentare della Casa Famiglia. Col tempo spero di poter rendere autonoma La Casa di Kalimoni attraverso un progetto agricolo di autosviluppo.
La Provvidenza mi ha fatto incontrare l’OPAM, grazie ai missionari Comboniani a cui affido mensilmente il denaro che risparmio e che aiutano le famiglie nella gestione economica di Kalimoni.
Ora vi chiedo di adottare un gruppo di nuovi 33 giunti recentemente dal Sudan. Sebbene la scuola elementare in Kenya sia gratuita, dobbiamo infatti sostenere molte spese; divise, libri, quaderni, trasporto e sostegno psicologico per i bambini che hanno subito forti traumi a causa della guerra. I bambini non possono offrirvi molto, ma il grazie di cuore, questo sì, ve lo trasmettono con un sorriso felice e pieno di speranza, perché si rendono conto che anche grazie a persone come voi essi possono provare a costruire la speranza per un mondo migliore con la pace nel cuore.




